Alex

•17 gennaio 2007 • 2 commenti

Alex e’ il proprietario del ristorante dove sto cenando e, seduto su una panca vicino mi osserva incuriosito mentre scrivo.   Ci sono certi rituali che intervengono tra due sconosciuti, prima che una conversazione possa sorgere: terminato di scrivere mi rilasso e mi lascio cadere con il dorso e il capo, appoggiandomi alla parete, e lo osservo accendersi una sigaretta, in silenzio.  Una volta spento il mozzicone nel posacenere del mio tavolo siamo pronti, e basta un cenno di assenso perche’ la conversazione sgorghi spontanea.

“… la Ruta Austral e’ quello che cerchi, e bene che hai deciso di percorrerla ora! Quando il progetto di asfaltarla e di tirare i cavi dell’alta tensione prendera’ piede, perdera’ tutto il suo incanto di luogo al di fuori del mondo…  E’ sicura, e non avrai nessun problema se deciderai di fare autostop…”

“… Quando vai a Chiloe’? Domani?  Ti piacera’, la gente dell’arcipelago e’ ben affettuosa e ospitale…”

“… Moltissimi stranieri si stanno comprando grosse fette del nostro territorio.  Il piu’ garnde lotto appartiene al famoso xxx, e’ un americano che si e’ impadronito della costa da qui a Caleta Gonzalo (cento chilometri piu’ a Sud), ma verso Est la sua proprieta’ si estende fino ad abbracciare parte di Argentina.  E’ un fanatico della natura, e non permette a nessuno di tenere un televisore nelle sue terre, la gente solo puo’ lavorare la’.  Ne ha fatto un parco e non lascia che venga costruita una strada che non sia costiera.  E’ un uomo umile, viene in citta’ con un maglione di lana a bordo di un gommone: tanto umile che si e’ comprato mezza regione, per farne il suo giardino.  E tanto amante della natura che si riserva il diritto di amarla lui solo, geloso come amante, no?  E i suoi impiegati non possono neppure utilizzare scarpe nel suo ufficio, cosi’ che tutti indossano pantofole di lana, non si puo’ calpestare il legno con le scarpe, dice lui.  Il sindaco di Chaiten era il suo piu’ acerrimo nemico; quando si trovo’ in difficolta’ economiche fu comprato, con i suoi terreni, da quel gringo…”

“… Ancora oggi il Cile e’ un paese diviso politicamente, molti supportavano Pinochet; fu un buon governo e si crearono molti posti di lavoro.  Pero’ era un regime militare, e molta gente spariva (leggi moriva),  e non si poteva girare per le strade a mezzanotte.  Entrera’ nella storia di questo paese, con il suo titolo di Capital General, nessuno piu’ lo otterra’.  E’ il secondo, dopo xxx, il liberatore del nostro paese: peccato che il titolo se lo sia conferito lui stesso.  Quando si trovo’ in Inghilterra per il processo era malato, ma quando atterro’ al ritorno in Cile il vecchio getto’ le stampelle e scese da solo, un miracolo, no?  Quell’uomo diede aiuto logistico agli inglesi, per nascondere armi e aerei durante la guerra delle Malvine, chissa’ quanti contatti aveva nel Regno Unito…”

“… hai lasciato una ragazza a Buenos Aires? I frutti di mare che hai mangiato sono afrodisiaci, il viagra cileno!…”  E ora?!?!

Annunci

Porto Montt, Cile

•17 gennaio 2007 • 1 commento

Sin dall’attraversamento del passo di frontiera il Cile attendeva il mio arrivo preannunciandosi diverso da cio’ che ho incontrato finora lungo il cammino.  Sebbene il versante argentino risultasse libero da nubi, una fitta coltre di nembi gia’ nascondeva il fondovalle e una selva ricca, nutrita da precipitazioni annuali superiori ai cinque metri.  Bloccate dalla Cordigliera, le nubi che giungono dal Pacifico qui si sciolgono in piogge quasi giornaliere.

Il Pacifico, l’ho di fronte, seppur mascherato in una profonda insenatura nel cui ventre giace Porto Montt.  Gia’ da subito, ancora nella stazione dell’autobus, salta all’occhio la mancanza di quel pot pourri etnico che caratterizza l’altro versante delle Ande.

– Amo il mio paese, sono molto patriottica.  E’ un paese bello e ha un’economia stabile.  Rubano e uccidono si’, ma tanto quanto in qualunque parte del mondo – mi dice Gloria, dopo avermi chiesto che cosa penso di Porto Montt un’inifinita’ di volte.  E’ una donna che supera di poco il metro e quaranta, e che sorride incessantemente: si e’ trasferita qui da Valparaiso, mille chilometri piu’ a Nord, per raggiungere i figli, che l’avevano incitata.  Poi una offerta di lavoro giunse loro da Valparaiso, e in un balletto paradossale ora lei si ritrova sola, emigrata inutilmente dal suo paese.

Puerto Montt ha mille volti, da quello delle dozzine di locali che assaltano i viaggiatori appena arrivati, offrendo loro alloggi di dubbia sicurezza, a quello pulito e vagamente europeo del centro, con i suoi numerosissimi centri commerciali e negozi Puerto Monttad ogni angolo.  Il tesoro, pero’, si trova poche centinaia di metri oltre il porto, ad Ovest: il mercato di Angelmo invade i marciapiedi dapprima con negozietti di liquori tipici e bancarelle che sfoggiano una moltitudine di cappelli, maglioni e guanti di alpaca.  Piu’ in la’, violenti profumi di frutti di mare prendono decisamente il sopravvento e il mercato si trasforma in un labirinto di peMercato di Angelmoscherie e cocinerie, e in una selva di uomini e donne che cercano di accalappiare l’ennesimo cliente della giornata.  Con me ci sono riusciti benissimo, e mentre la notte ormai e’ scesa, con lo stomaco  riempito abbondantemente di frutti di mare e un fondo di bianco ancora ad attendermi nella bottiglia, scrivo questi ultimi appunti prima di lasciare, nella mattinata, il continente per l’arcipelago di Chiloe’.

Valico Cardinal Samore

•16 gennaio 2007 • 3 commenti

Le procedure d’immigrazione alla frontiera tra Argentina e Cile costringono gli autobus a soste di piu’ di una ora, lasciando tempo sufficiente per vagabondare nei paraggi.  Le auto che attraversano il confine sono rare e devono sottostare a tempi ancora piu’ lunghi, nell’attesa che, inevitabilmente, borse e bagagli vengano completamente revisati.

E’ come se il tempo si fosse fermato.  Mi spiego meglio: non e’ che il luogo abbia la parvenza di quel passato di secoli addietro che in Europa e’ scomparso per sempre; solo e’ come se il tempo qui non esistesse.   Silenzio, tutt’attorno, solo il rumore di un generatore di energia, che echeggia ininterrottamente i suoi battiti periodici, scandisce il nulla che ci avvolge.   I militari della dogana soffrono il calore nelle loro divise, e una pigrizia alla quale e’ impossibile sfuggire in un angolo di mondo come questo, e si muovono con parsimonia. E’ un luogo che intorpidisce, persino il cane che annusa i bagagli in cerca di tracce di droga cammina lemme e con il muso abbassato, cercando un riparo dal sole dove potersi finalmente sdraiare e abbandonare al sonno.  Una selva lussureggiante racchiude questo antro addormentato, senza emettere il minimo rumore: persino i tavani, fino ad ora quasi insostenibili, sono scomparsi.  Una vecchia cammina lentamente fumando una sigaretta, aggiustandosi la borsa che contiene il passaporto appena vidimato. 

Fino a quando l’autobus e il tempo, con cautela, lievemente riprendono il loro corso.

Una settimana per il parco Nahuel Huapi

•16 gennaio 2007 • 1 commento

Molti sono i modi di approcciarsi alla montagna.  Fino ad ora avevo sperimentato escursioni di pochi giorni e molte orer di cammino, con il fiato a volte rotto dal ritmo dell’avanzata e da uno zaino pesante di maglioni, cibo e acqua in abbondanza. Escursioni di due giorni che terminavano con piedi rotti e buone quote conquistate, escursioni di levatacce all’albeggiare e di chilometri, e chilometri, percorsi rapidamente su buoni sentieri.  Questa settimana sulle Ande del Nord della Patagonia Argentina si e’ rivelata completamente diversa, con maglioni e acqua rimpiazzati da tende, sacchi a pelo e un pacco di Laguna Toncekyerba mate, con la unica bottiglia di plastica, mezzo accartocciata e appesa ad un tasca dello zaino, riempita con nuova acqua ad ogni corso d’acqua che tagliava il nostro cammino.  Quando la giornata inizia verso le undici ed e’ interrotta da pause che durano ore, e’ naturale giungere al nuovo accampamento alle otto di sera, a volte con poco piu’ di quattro ore di cammino alle spalle.  Ruscelli, laghi, pantani, lagune sono disseminati ovunque per le valli e le creste: l’acqua e’ una presenza ingombrante in questo scorcio di Cordigliera.  La mano dell’uomo si vede molto men, niente protezioni su ponTra il rifugio Frey e la valle del Rucacoti ipersicuri per attraversare ruscelletti ma i piedi nudi e gli scarponi umidi in mano, o nel migliore dei casi un tronco o due, su cui fare equilibrismo, permetton di oltrepassare ruscelli e pantani.  Si cammina su nevai, e si discende liberamente su ghiaioni instabili, seguendo una direzione piu’ che un sentiero, con molta calma e pochi punti di riferimento.  Ho vissuto una settimana per le montagne e quasi non la sento nelle gambe; solo a volte fa freddo la notte e tira un vento gelido, o si deve aspettare una lancia per giorni, indugiando tranquillamente in un fondovalle.

Bariloche, Patagonia

•4 gennaio 2007 • 2 commenti

Seduto ai piedi del davanzale della finestra della mia stanza, cento metro sopra il lago Nahuel Huapi, mi trovo di fronte ad uno dei panorama piu’ incredibili.

La stanza ha due amplissime finestre e nessuna tenda a schermarle dalla bellezza che la circonda. Nahuel Huapi significa “Isla del Tigri” in antica lingua Mapuche.

Nonostante il giorno sia terso e il lago battuto da un vento constante, riesco solo a vedere l’estremo destro, quello del lato della steppa, ad oriente.

La geometria della sponda ad Ovest e’ talmente complessa, con isole, penisole e il cerro, che e’ difficile indovinare dove questo gigantesco specchio d´acqua, di un blu quasi abbagliante, si sviluppi maggiormente.

Le montagne sono il mio obiettivo: per attraversare questa porzione di Cordigliera di ampie vallate e cime accessibili sembra che due buone gambe, una buona tenda e qualche pesos per salire su una lancia accorciare la traversata dei laghi che disseminano il camino siano sufficienti.  E una guida – forse l’ho trovata – quattro anni piu’ giovane di me, patagone con un nome che puo’ essere tedesco (Mercedes) e un cognome italianissimo (ma gia’ dimenticato). Mi ha detto di essere stata concepita a Trieste e mi ha chiesto di descrivergliela.

Dall’altro lato delle Ande, sulla costa del Pacifico, c’e’ Puerto Montt, l’ultima citta’ prima delle vaste distese patagoniche che si protraggono fino allo Stretto di Magellano prima e a Capo Horn, piu’ a Sud.

Da li’ parti’ Sepúlveda per il viaggio durante il quale scrisse “Patagonia Express” – ricordo bene come apre il libro, con una immagine di lui, seduto ad attendere la partenza del traghetto per Puerto Natales.  Probabilmente anche per merito di quel libro, ora servono trecento dollari e solamente quattro giorni per scendere tanto a Sud. La Carretera Australe, con i suoi milleduecento chilometri lungo i quali meno di centomila cileni vivono, vuole essere la mia ruta.

Finalmente, dopo piu’ di un mese di visite, lunghi viaggi in comodi autobus di linea e di un ancor’ora vergine apprendistato di mochilero, il viaggio iniza.

Il mercato del porto

•29 dicembre 2006 • 3 commenti

A Natale fa caldo da questa parte del mondo, ma i vari Santa Claus devono camminare grondanti di sudore, avvolti in giacconi rossi con pelo sul collo e con un pesantissimo berretto basso sulla fronte a nascondere i lineamenti agli occhi dei bambini, ed e’ uno sconosciuto abete ad essere agghindato a festa.  Pochi sono i negozi che espongono manichini di Babbo Natale con cravatta e costume da bagno, ma e’ semplicemente ironia.  Con trenta gradi alle dieci della mattina sarebbe piu’ giusto e naturale avere una palma di Natale e un Santa Claus surfista, ma certi riti consumistici del Natale qua sono stati importati.  Fortunatamente nel naturale disordine delle cose che si fa sentire quasi imagen-094.jpgimmancabilmente in questi luoghi qualcosa sempre succede.

Il mercato del porto delimita il centro storico di Montevideo, la ciudad vieja.  Prima degli anni della dittatura questo lembo di citta’ doveva avere un fascino completamente diverso, poi, negli anni ottanta grandi edifici furono costruiti. Seminati qua e la´senza alcuna pianificazione nel mezzo del centro storico, alcuni giungono persino ad abbracciare o ad inglobare le precedenti costruzioni in stile coloniale.  Montevideo appare deserta in tarda mattinata, le vie normalmente saturate da auto e pedoni possono essere comodamente conquistate a piedi.  Ogni piccolo negozio e’ pero’ aperto, segno che qualcosa sta per accadere. 

Passando per la piazza principale della ciudad vieja, Chubo mi indica la cinta di metallo che, in una sequenza di linee curve, racchiude un piccolo parco al suo interno. – Quando quasi due secoli fa l’Uruguay ottenne l’indipendenza contratto’ un famoso artista spagnolo perche’ venisse e la disegnasse. Arrivato a Montevideo si vide offerta la meta´del denaro inizialmente promessa ma decise di portare a termine comunque il lavoro commissionato: guardala meglio ora – una recinzione di infiniti, regolari simboli fallici, la singolare e sarcastica, indelebile vendetta dello spagnolo truffato.

Quando la strada incomincia a scendere verso il mare improvvisamente si popola e si moltiplicano le bancarelle che vendono bottiglie di sidro o di medio y medio (una specie di moscato). E’ il preambolo della f0llia che avvolge il mercato del porto alla vigilia di Natale e l’ultimo giorno dell’anno.  Migliaia di persone sono pigiate, mangiano e bevono gia’ da mezzogiorno, e si innaffiano con il sidro comprato.  Sconosciuti si vuotano intere bottiglie addosso: c’e’ uno sfondo sessuale nel gioco, uomini e donne si bagnano a vicenda e si inebriano di alcool, prima di una siesta ristoratrice e della cena in famiglia.  Gruppi di neri fanno risuonare i ritmi del canbombe (una danza afroamericana che pone le sue radici nella cultura degli schiavi neri venduti agli encomenderos delle colonie portoghesi in Brasile), mentre la samba si fa largo, sempre piu’ intensa, in una delle strade a monte, discendendo verso il porto.  Li’ la moltitudine perde la testa e si scioglie in un massa di corpi bagnati che sanno di sudore, tabacco e sidro, e che ballano freneticamente per ore, sotto il sole cocente di mezzogiorno, fino allo sfinimento.  E’ una folla energica e coinvolgente e non e’ possibile semplicemente osservare lo spettacolo da fuori.  Cosi’ ne facciamo parte, fino a quando il corpo non lo permette piu’ e tutti si trascinano verso casa, svuotati di energie e ripuliti di ogni pensiero, a dimenticarsi di essere nati dove il sole splende implacabile in dicembre.

Avventura a Capo Polonio

•24 dicembre 2006 • 1 commento

Dodici fari costellano le coste dell’Uruguay, da Ovest ad est, da Colonia del Sacramento fino a Chuy, alla frontiera con il Brasile; alti tra i trenta ed i quaranta metri ciascuno, sono custoditi con religiosa attenzione e non dimostrano di avere piu’ di cento primavere, con la loro vernice sempre fresca dell’inverno precedente. I tre custodi fanno turni di due settimane a Cabo Polonio – Non c’e’ molto da fare in inverno, solo da dipingere un poco – racconta Pablo, mentre ci affacciamo dal balcone in cima al faro. Questa e’ gente di campagna, non dice una sola parola di troppo ma e’ sorridente e disponibile, forse anche perche’ vivono di turismo.  Al principio Cabo Polonio era un piccolo villaggio di case di pescatori, ora trecento casupole a un solo piano lo punteggiano, ma solo di giorno.  Con il tramonto spariscono, inghiottite dall’oscurita’, illuminate appena dalla luce del faro quaranta metri piu’ in alto; ogni casa ha un proprio pozzo e non c’e’ elettricita’, neppure una vera e propria strada a collegarlo con il resto del paese. Ci si arriva solamente in fuoristrada, a cavallo o a piedi, costeggiando per una dozzina di chilometri un litorale di spiagge larghe, bianche e deserte.  Cosi’ i turisti che vi passano il fine settimana, o scorci di estate, sono selezionati naturalmente, e vivono in simbiosi con il luogo.  L’elemento piu’ sorprendente di questo paesaggio paradisiaco sono pero’ le dune di sabbia che lo proteggono alle spalle, alte fino a cinquanta metri: erano molto piu’ poderose fino a quando il governo uruguagio varo’, negli anni ’80, un piano per lo sfruttamento del legname, piantando foreste alle loro spalle.  Ora i venti, incagliati nei rami dei nuovi alberi, non disegnano piu’ le stesse geometrie e le dune hanno smesso di crescere e hanno iniziato ad invecchiare.Al giungere della sera decidiamo di ritornare a piedi, attraversandole, e di riempirci lo stomaco con i soldi risparmiati con il mancato passaggio in dscf0284.JPGfurgonetta.  – Solamente dovete passare tra il cerro (collina) al lato del mare e il monte, piu’ all’interno – ci istruisce un locale.  Come in un deserto, ma rumoroso perche’ a fianco del mare, i nostri passi non producono il minimo rumore, e i piedi affondano inermi nella sabbia.  Il sole e’ gia’ sceso quando abbandoniamo il capo e la luce residua del tramonto ci accompagna solamente per mezz’ora, in un gioco di colori mai visti fino ad oggi, tra le dune e il cielo policromo, tra il profilo dei solchi scavati dal vento nella sabbia e quello di poche nuvole ad Ovest.   Con il calare dell’oscurita’ si perde la percezione della distanza e dei dislivelli del cammino, e risulta difficile proseguire in linea retta.  La notte e le costellazioni dell’emisfero australe ci sorprendono ancora ad un terzo del cammino, ma buon umore e cielo stellato non ci permettono di essere presi da alcun timore.   Seguiamo prima una traccia di un fuoristrada per un’ora ma ci accorgiamo che si allontana molto dal nostro obiettivo, cosi’ tagliamoTramonto tra le dune per un’altra duna, poi per una steppa di arbusti e fiori quasi secchi, fino a scontrarci con una laguna.   Nonostante sia una notte di luna nuova il riverbero della poca luce sull’acqua rende i contorni gia’ piu’ distinti: costeggiamo la riva della laguna fino al mare, imbattendoci qua e la’ nella fauna notturna di insetti, granchi ed uccelli, che si moltiplicano e cominciano una nuova giornata.