Mi sono svegliato nel salone di una parruccheria

La Junta, 21 gennaio.

Gia’ il ronzio di mosche e zanzare riempie l’aria fuori della mia tenda: e’ uno scempio, e’ incredibile quanta merda abbia potuto seminare in una sola notte.  Pazienza, comunque, qui non ci posso rimanere a vita, raccogli un po’ di acqua al fiume e mettila sul fuoco che la giornata dovra’ iniziare prima o poi. E mentre rantoli ancora mezzo addormentato nella tenda, cercando di incastrare tutta la tua vita in uno zaino che o lo zaino si restringe durante la notte o calzini e mutande, da qualche parte, si riproducono, quanto meno il fornelletto a gas, la’ fuori, fa a gara con gli insetti a riempire il silenzio.   – La domenica mattina la gente non si sveglia presto, non c’e’ fretta – concedo alla mia pigrizia, e con flemma patagone riassesto il bagaglio, secco la tenda, e sorseggio un mate.

Gia’ alle dieci sono in otto a fare autostop alla stazione di servizio, si preannuncia dura, oggi, l’impresa di trovare un passaggio.  Lascio la Ruta e mi dirigo verso il pueblo, da qualche parte c’e’ un rodeo. C’e’ addirittura una piccola arena di legno, che la gente di La Junta deve avere costruito da sola, con il tempo: e’ solida, ma si vedono tutte le imperfezioni, eccezioni, non c’e’ un asse o un tronco che sia uguale a quello vicino.  Cosi’ attendendo il rodeo per circa un’ora sotto un sole che brucia, mi trovo circondato da bambini curiosi e chiacchieroni, uno mi dice che suo zio poi montera’ la vacca, l’altro che ieri suo padre si e’ beccato una sonora incornata da un toro – E gli ha fatto un buco qui! – mi dice indicandosi il costato destro. – E ora dov’e’ tuo padre? – gli chiedo preoccupato. Ore 11:Rodeo30, lui risponde con naturalezza – Giu’ al bar!…  – Non ho fatto colazione oggi, mi daresti 500 pesos per pranzare? – mi chiede il piu’ solerte del gruppo nel dare informazioni sul rodeo e il villaggio. – Perche’ li vuoi? – chiedo, fingendo di non avere capito, e guardandolo bene negli occhi. – Per pranzare, non ho fatto colazione! – glieli do, e’ tutto rotondo e quasi pare scoppiare, sicuramente ha mentito sulla colazione, ma quei 500 pesos non li usera’ di sicuro per birra o sigarette…  Cosi’ la danza di terra e sudore e grida, di cavalli, vacche, tori e uomini bardati di lana dalla testa ai piedi, che e’ il rodeo, inizia.

Neanche mi posso affacciare al bar con la chitarra in spalla che mi ritrovo con una birra e un paio di empanadas in mano, mentre el señor Julio Guerrero da’ fondo ai suoi polmoni e al suo repertorio di canzoni messicane con il mio strumento.  Qua hanno una passione sfrenata per la musica patag… ops, messicana.    Il baratto e’ vantaggioso e me lo godo in pieno, e prima che mi facciano ubriacare tolgo il disturbo e mi rituffo sulla Carretera, con il pollice destro ben visibile.

Un’ora e tre macchine passano lentamente, cosi’ estraggo la chitarra e mi dimentico del tragitto, finche’ una camionetta si ferma. – Devi arrangiarti, li’ dietro, nel cassone! – cosi’ salto e mi sistemo tra salmoni e canne da pesca, attendendomi un passaggio di una cinquantina di chilometri. Un altro lago, per la strada, e il mio attento attingere al fondo delle mie scarse conoscenze su trote, canne da pesca, mulinelli ed esche, lo trasformano in un viaggio di trecento chilometri.

Saliamo e inizia lo spettacolo, selva e montagne e ghiacciai e laghi, poi un fiordo e l’oceano, un passo a quasi duemila metri di altitudine, tronchi bruciati dal fuoco a resistere come gridi nel paesaggio, tutto passa e si dissolve in una nube di polvere a ottanta chilometri all’ora, sulla pista sterrata.  L’odore di pesce viene presto coperto da quello della terra, nei capelli, sul volto, nei vestiti e sulle mani.  E’ dalla terra che si proteggono iParco Queulat patagoni, quando, anche d’estate, indossano scarponi, pantaloni e maglie a manica lunga e il berretto di lana, perche’ la terra ti entra dappertutto, fino a rubarti il colore della pelle.  E se soltanto potessi trovare nello zaino il mio berretto di lana ora sarei irriconoscibile tra di loro, color terra, con la mia capigliatura color biondo(-terra)  accuratamente nascosta, ma maledizione!

Seduto sul cassone di un fuoristrada sei in balia della terra e del freddo, degli urti e dei salmoni appena pescati, ma non hai un tetto e sei abbandonato ad un paesaggio da film, che ti si srotola di fronte agli occhi come se fosse una pellicola.  Ti scopri insensibile al rumore e al freddo e alla terra e agli urti e ti ritrovi a pregare perche mai questo viaggio possa giungere a destinazione. 

Mai? Detto, fatto! Nel perfetto gioco degli incastri di questa giornata, l’auto borbotta, sobbalza, rallenta, poi si ferma, mentre cala la notte.  Cosi’, trainati fino ad un villaggio, incontrato un conoscente dei miei compagni, riparato il guasto e rimessici in marcia, concludiamo i trecento chilometri.  A questo punto e’ quasi naturale fermarsi a dormire nella casa, o meglio, nel salone da parrucchiera di una di loro.  Buonanotte.

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~ di unecodalsud su 22 gennaio 2007.

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