Torres del Paine

•17 febbraio 2007 • 9 commenti

Quando l’autobus si ferma per una sosta a Cerro Castillo, paesino sulla frontiera cilena della Patagonia meridionale, mi risveglio dal torpore che mi aveva assalito per colpa del solito riscaldamento eccessivo di tutti gli autobus cileni.   Sono le quattro del pomeriggio di quella che, stamattina, Ruggero aveva definita un giornata patagonica.  Ruggero e’ un trentino che da tre anni vive in terra argentina; e’ stato guida andina in Terra del Fuoco e conosce il clima di questi luoghi.   Una giornata patagonica e’ una giornata di venti impazziti, tanto da abbattere le tende degli escursionisti in montagna e da far ondeggiare camion e auto nel loro cammino.  Cosi’, ancora intorpidito come in dormiveglia, vedo una donna attraversare la strada sterrata con in braccio il figlio, avvolto in una coperta che lo protegge dal vento.  Comincia cosi’ il relato di una settimana surreale per le montagne, con quel primo evento normale che mi risveflia di colpo e mi riporta con i piedi e la testa per terra. 

Il “circuito”, nel parco nazionale Torres del Paine, e’ un anello di circa 130 chilometri di eccessi, nel bene e nel male.  Innanzitutto il parco appare da subito come uno strano incrocio tra un castello ed un parco divertimenti per scalatori, con guglie, ghiacciai e picchi aggrappati fino a tremila metri sopra l’ondulato paesaggio collinare che lo circonda. Un nugolo di personaggi inusuali si aggira per queste montagne, sovraffollandole.   Ho visto comitive di americani (USA), armati di bastoncini da trekking, scarpAlbaoni, cappellino e uno zaino minuscolo, salire ordinatamente per il sentiero in fila indiana, salutando con un “Holah” chiunque incrocino per il cammino, e battaglioni di israeliani battagliando contro il tempo e il tempo (atmosferico), a volte persino contro i guardaparco degli accampamenti a pagamento, quasi tutti con gli stessi sandali azzurri – sono garantiti a vita, dicono – a penzoloni dietro gli zaini.   Ho visto gente portare avocado, o pacchi di dieci banane, alla partenza per una camminata di dieci giorni, altri superequipaggiati per camminare solo per paio di ore.   Ci sono alberghi viciniTorres del Paine, alba alle cime (pochi e piccoli, ma ci sono), e gite in barca per i laghi che abbracciano il massiccio Paine con panorami mozzafiato, e camping con docce calde come benedizioni in un giorno di pioggia quando tutto, in te e nel tuo zaino, fino al sacco a pelo e’ fradicio.  Una ragazza con i piedi recentemente operati piangeva scendendo un sentiero dalle pendenze impossibili, dal passo John Gardner verso l’accampamento successivo, le ho dovuto togliere lo zaino e portarlo fino a valle, un’ora e ottocento metri piu’ in basso.  Ho conosciuto dei carabinieri abbandonati in un avamposto al limite di un ghiacciaio vicino alla frontiera, tanto isolati da bramare l’arrivo del turista per rifocillarlo con pane ammassato da loro e un abbraccio – un abbraccio – come saluto.  Una ragazza cilena voleva Il ghiacciaio Graybuttare le scarpe da ginnastica dopo solo tre dei ceIl massiccio, e la steppantotrenta chilometri, per alleggerire lo zaino che la angustiava, mentre un’altra mi ha passato a doppia velocita’ sul ripido pendio che sale al passo Gardner.   Centinaia di persone e di storie sovraffollano queste montagne ma…

Ma questi chilometri, e tutte queste ore con lo zaino sulle spalle, dilatano la percezione del tempo e mettono in fuga ansia e fretta: non ci si sente ne’ persi ne’ asfissiati dalla distanza che separa dalla meta.   Diventa tutto ben presto un’abitudine piacevole: il gesto di montare e smontare la tenda meccanico, indolore quello di lavare il pentolino in cui cucini tutto, con il freddo e con l’acqua gelida, e grattando con le dita fino a liberarti dei residui di cibo (se come me ti dimentichi di una spugna). Rimane il ritmo ipnotico dei tuoi passi e dello scorrere lento delle montagne, dei laghi e dei ghiacciai, rimane la sensazione del vento in faccia, tanto forte da non permetterti, a volte, il respiro durante il cammino e, la notte, da minacciare di portare via la tua tenda, e te e il tuo zaino con lei, in un qualunque momento.   Rimane il torpore che la stanchezza ti lascia dentro, e che ti permette di andare a letto alle nove di sera, e lo stordimento nel vedere il primo veicolo a motore, all’alba del sesto tramonto.  O quello di vedere, dal finestrino di un autobus, una donna portare in braccio il proprio bambino nel vento. 

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Una storia per El Chalten

•6 febbraio 2007 • Lascia un commento

Il confine tra realta’ e finzione e’ cosi’ sfumato che basta un dito per manovrare le situazioni come fossero marionette.

Avevo conosciuto Silvia a Dublino, lei e’ catalana e si nota quando, anche se vive di un turismo quasi asfissiante, un pueblo come El Chalten conta meno di mille abitanti. Silvia viaggia per il Sudamerica da tre mesi ma i nostri due percorsi non si erano mai incrociati fino ad ora: ancora mi trovavo sull’altra sponda del lago O’Higgins, aspettando che finalmente la lancha lo potesse attraversare, quando lei mi disse che sarebbe giunta a El Chalten l’indomani. La gente accampa qua e la’, in El Chalten, pochi scelgono un ostello o un’osteria, molti si perdono per qualche giorno per le montagne: come incontrarla, se lei non sa che anch’io sono qui?

In breve Silvia si trasforma in un passato amore con cui avevo perso ormai contatto, ci eravamo conosciuti a Dublino due anni fa ma erano mesi che non sapevamo nulla l’uno dell’altra. Fino a che lei non mi scrisse – Hey caro, come va? Spero tu stia bene. Dove sei? Non ci crederai ma ho deciso di partire, e ora viaggio per l’Argentina, domani salgo a El Chalten… Incredibile, dopo tutto questo tempo, e che coincidenza ricevere quel messaggio e trovarsi giusto ad un passo da lei, in un angolo remoto del pianeta! Per come incontrarla? E’ catalana, e viaggia con un’altra ragazza, un poco piu’ alta… Glielo dica, se la incontra… Le dica che Alberto e’ qui…

Raccontare una storia e’ ogni volta piu’ facile, come le replihe sono sempre piu’ abbordabili El Chaltendella prima, in uno spettacolo teatrale. Per un pomeriggio ho recitato, e il giorno dopo ho deciso di camminare per i monti, nel tentativo di catturare un’immagine del Fitz Roy e del Cerro Torre, montagne dai nomi mitici. Per il cammino gia’ sapevano, e perfetti sconosciuti mi chiedevano se ero io l’italiano biondo che cercava la sua fiamma di un tempo, e se l’avevo ritrovata: un no mi lasciava spesso di fronte a volti sinceramente dispiaciuti, seppure per un attimo.

Ha funzionato, la sera lei e’ venuta a cercarmi e abbiamo bevuto del vino ridendo dell’assurda situazione. Io per un attimo sono ancora confuso quando me la immagino, e anche nei miei ricordi, ora, realta’ e finzione giocano sottilmente l’una con l’altra.

Caleta Tortel

•6 febbraio 2007 • Lascia un commento

Caleta Tortel e’ un pueblo straordinario. Nasce sulle ceneri del rio Baker, li’ dove le acque piu’ impetuose in Cile si arrendono all’oceano Pacifico, in un fiordo dove il confine tra la profonda valle del fiume e il profilo della costa e’ confuso. Tortel, raggiungibile solamente per navigazione fino ad un paio di anni fa, e’ nato fuori dal mondo, lontano dal resto della isolata XI regione cilena. La costa e’ ripida, vergine, con ricchissime foreste di lenga che terminano quando l’humus si esaurisce e rimangono solo roccia e ghiaccio. Il legname e un poco di pastorizia e di pesca furono le uniche attivita’ per le quali si sviluppo’ il villaggio. Ora una strada Caleta Tortelche raggiunge Tortel, e un autobus, o due, alla settimana, funziona da posta, rifornimento alimentare e trasporto passeggeri allo stesso tempo: il mezzo ferma nel suo percorso ogni volta che incontra uno straccio bianco appeso ad un bastone; in un attimo giunge un contadino e carica vino, formaggio, marmellata… Dicevo che a Tortel, in principio, non si poteva giungere via terra, dal momento che non c’era nemmeno una mulattiera: il villaggio crebbe senza strade e colonizzo’ tre piccole baie, seminando casupole qua e la’, collegandole tramite passarelle e scaloni di legno. E’ un rompicapo geometrico, tra i profili dolci del fiordo, di meandri del rio e dei pendii delle montagne e le sagome umane e taglienti delle case, dei corrimani e dei gradini di legno.

Intreccio

•30 gennaio 2007 • 3 commenti

Quarant’anni fa Orlando, torinese di nascita, parti’ per un viaggio in Brasile: aveva diciotto anni quando, chiamato per il servizio militare in Italia, non se ne rese conto – o se hizo el tonto – non rispose e fu considerato renitente.  Non potendo cosi’ ritornare in Italia continuo’ il suo viaggio, vendendo oggetti di artigianato in legno e spingendosi a Sud e ad Ovest, attraversando le Ande e raggiungendo un angolo del Nord della Patagonia cilena semisconosciuto.  Una notte di quarant’anni fa Vicente, figlio del primo colono di Puerto Bertrand, usci’ di casa e si diresse verso un’altra, che fungeva da taverna.  Una bottiglia di vino, sul tavolo, si esauriva sempre piu’ rapidamente. – Sai che, gringo? A te, vendo.

Le due versioni coincidono, ancora sono allibito dalle circostanze che mi hanno fatto incontrare questi due uomini le cui vite sono rimaste indissolubilmente legate.  

Gia’ sono due ore che cammino, e Puerto Bertrand dista ancora 15 chilometri, e l’atmosfera non e’ delle migliori per conseguire un passaggio.  Una sola auto mi ha finora sorpassato, dieci chilometri fa; quando, inaspettatamente, la seconda si ferma, tiro la mochila nel cassone del furgoncino e salgo.  Passano venti minuti prima che ci accorgiamo di essere entrambi italiani, siamo sorpresi.  Cosi’ lui esordisce: “Quarant’anni fa…”

I miei compagni viaggiano in bicicletta e arriveranno tra un’ora.  Seduto sullo zaino, sulla sponda del lago, valuto se suonare un po’ la chitarra o solamente, pigramente, osservare il luogo che mi circonda.  Un vecchio scende i gradini di una casa qui di fronte, e sembra El señor Vicenteavercela con me: quando mi alzo e mi avvicino lui mi offre un bicchiere di vino.  Non e’ piu’ cosi’ lucido, a tratti, el señor Vicente, e da come mi parla mi accorgo che pensa che io sia argentino.  – No, señor, soy tano, italiano – gli dico, scandendo quanto meglio possibile le mie parole.  – Aah, italiano, buona gente gli italiani, sono molto simili ai cileni.  Il mio miglior vicino e’ italiano, pero’ e’ anche cileno.  Tutt’e due. Un uomo irreprensibile, di quelli con cui si fa bene affari, mai manco’ di pagare anche pochi centesimi, in quaranta anni che lo conosco.  E pensare che una volta, senza conoscerlo, di fronte ad una bottiglia di vino, gli promisi di vendergli alcune delle mie terre…

E’ mattina e smonto la tenda, piantata nel giardino del señor Vicente: ha una casa di lamiera, il vecchio, e raccoglie l’acqua con un secchio da un rigagnolo che corre qui vicino.  Mi vorrebbe dare un passaggio fino a Cochrane, 70 chilometri piu’ a Sud. – E come?!? – gli chiedo, guardandolo versare l’acqua dal secchio in un bollitore arrugginito che deve giacere da anni su quella stufa a legna.

– Vuoi vedere la mia Toyota preciosa? 

Il bosco morto

•30 gennaio 2007 • Lascia un commento

(Nel 1990 l’eruzione del vulcano xxx vomito’ ceneri fino a piu’ di cento chilometri di distanza. Nel loro vorticoso viaggio bruciarono il fondo della valle del rio Ibañez, ostruendone contemporaneamente il corso. Cosi’ il fiume sommerse i resti dell’antica foresta, nel tentativo di sboccare nel lago General Carrera).

Una volta gIl bosco mortouadagnato il fondo di una valle ampia, il cui profilo chiaramente tradisce la sua origine glaciare, il rio Ibañez si smarrisce in un dedalo di piccoli corsi d’acqua che si ritrovano solo in seguito, dove si incuneano in una profonda gola per poi sfociare nel lago. L’acquitrino che rende il fondovalle impenetrabile era una volta una foresta: ora solamente rimane la testimonianza di tronchi bruciati, privati di rami e fronde, e semisommersi dalle acque.

Il bosco morto e’ un cimitero di tronchi come croci, ad ergersi nel blu delle acque come milioni di aculei a pungere l’armonia di questo angolo di Cile. E’ una immagine rara, quella di una vegetazione una volta lussureggiante come ancora sui pendii circostanti, bruciata e affogata dalle acque.

Fuoco e acqua.

Mi sono svegliato nel salone di una parruccheria

•22 gennaio 2007 • Lascia un commento

La Junta, 21 gennaio.

Gia’ il ronzio di mosche e zanzare riempie l’aria fuori della mia tenda: e’ uno scempio, e’ incredibile quanta merda abbia potuto seminare in una sola notte.  Pazienza, comunque, qui non ci posso rimanere a vita, raccogli un po’ di acqua al fiume e mettila sul fuoco che la giornata dovra’ iniziare prima o poi. E mentre rantoli ancora mezzo addormentato nella tenda, cercando di incastrare tutta la tua vita in uno zaino che o lo zaino si restringe durante la notte o calzini e mutande, da qualche parte, si riproducono, quanto meno il fornelletto a gas, la’ fuori, fa a gara con gli insetti a riempire il silenzio.   – La domenica mattina la gente non si sveglia presto, non c’e’ fretta – concedo alla mia pigrizia, e con flemma patagone riassesto il bagaglio, secco la tenda, e sorseggio un mate.

Gia’ alle dieci sono in otto a fare autostop alla stazione di servizio, si preannuncia dura, oggi, l’impresa di trovare un passaggio.  Lascio la Ruta e mi dirigo verso il pueblo, da qualche parte c’e’ un rodeo. C’e’ addirittura una piccola arena di legno, che la gente di La Junta deve avere costruito da sola, con il tempo: e’ solida, ma si vedono tutte le imperfezioni, eccezioni, non c’e’ un asse o un tronco che sia uguale a quello vicino.  Cosi’ attendendo il rodeo per circa un’ora sotto un sole che brucia, mi trovo circondato da bambini curiosi e chiacchieroni, uno mi dice che suo zio poi montera’ la vacca, l’altro che ieri suo padre si e’ beccato una sonora incornata da un toro – E gli ha fatto un buco qui! – mi dice indicandosi il costato destro. – E ora dov’e’ tuo padre? – gli chiedo preoccupato. Ore 11:Rodeo30, lui risponde con naturalezza – Giu’ al bar!…  – Non ho fatto colazione oggi, mi daresti 500 pesos per pranzare? – mi chiede il piu’ solerte del gruppo nel dare informazioni sul rodeo e il villaggio. – Perche’ li vuoi? – chiedo, fingendo di non avere capito, e guardandolo bene negli occhi. – Per pranzare, non ho fatto colazione! – glieli do, e’ tutto rotondo e quasi pare scoppiare, sicuramente ha mentito sulla colazione, ma quei 500 pesos non li usera’ di sicuro per birra o sigarette…  Cosi’ la danza di terra e sudore e grida, di cavalli, vacche, tori e uomini bardati di lana dalla testa ai piedi, che e’ il rodeo, inizia.

Neanche mi posso affacciare al bar con la chitarra in spalla che mi ritrovo con una birra e un paio di empanadas in mano, mentre el señor Julio Guerrero da’ fondo ai suoi polmoni e al suo repertorio di canzoni messicane con il mio strumento.  Qua hanno una passione sfrenata per la musica patag… ops, messicana.    Il baratto e’ vantaggioso e me lo godo in pieno, e prima che mi facciano ubriacare tolgo il disturbo e mi rituffo sulla Carretera, con il pollice destro ben visibile.

Un’ora e tre macchine passano lentamente, cosi’ estraggo la chitarra e mi dimentico del tragitto, finche’ una camionetta si ferma. – Devi arrangiarti, li’ dietro, nel cassone! – cosi’ salto e mi sistemo tra salmoni e canne da pesca, attendendomi un passaggio di una cinquantina di chilometri. Un altro lago, per la strada, e il mio attento attingere al fondo delle mie scarse conoscenze su trote, canne da pesca, mulinelli ed esche, lo trasformano in un viaggio di trecento chilometri.

Saliamo e inizia lo spettacolo, selva e montagne e ghiacciai e laghi, poi un fiordo e l’oceano, un passo a quasi duemila metri di altitudine, tronchi bruciati dal fuoco a resistere come gridi nel paesaggio, tutto passa e si dissolve in una nube di polvere a ottanta chilometri all’ora, sulla pista sterrata.  L’odore di pesce viene presto coperto da quello della terra, nei capelli, sul volto, nei vestiti e sulle mani.  E’ dalla terra che si proteggono iParco Queulat patagoni, quando, anche d’estate, indossano scarponi, pantaloni e maglie a manica lunga e il berretto di lana, perche’ la terra ti entra dappertutto, fino a rubarti il colore della pelle.  E se soltanto potessi trovare nello zaino il mio berretto di lana ora sarei irriconoscibile tra di loro, color terra, con la mia capigliatura color biondo(-terra)  accuratamente nascosta, ma maledizione!

Seduto sul cassone di un fuoristrada sei in balia della terra e del freddo, degli urti e dei salmoni appena pescati, ma non hai un tetto e sei abbandonato ad un paesaggio da film, che ti si srotola di fronte agli occhi come se fosse una pellicola.  Ti scopri insensibile al rumore e al freddo e alla terra e agli urti e ti ritrovi a pregare perche mai questo viaggio possa giungere a destinazione. 

Mai? Detto, fatto! Nel perfetto gioco degli incastri di questa giornata, l’auto borbotta, sobbalza, rallenta, poi si ferma, mentre cala la notte.  Cosi’, trainati fino ad un villaggio, incontrato un conoscente dei miei compagni, riparato il guasto e rimessici in marcia, concludiamo i trecento chilometri.  A questo punto e’ quasi naturale fermarsi a dormire nella casa, o meglio, nel salone da parrucchiera di una di loro.  Buonanotte.

Se…

•22 gennaio 2007 • 1 commento

A volte ci sono momenti, sguardi, dettagli che istillano il dubbio che tutta la meraviglia che hai di fronte agli occhi possa essere solo una delle facce della medaglia.  Ovvio, si dira’, ma e’ a volte difficile uscire dal proprio ruolo di pedina itinerante che non da il tempo di cercare le crepe in un mondo vestito a festa con boschi di vegetazione lussureggiante, che solamente si arrendono all’acqua e al ghiaccio.  

Poco dopo avere lasciato Chaiten, dove mi aveva scaricato il traghetto, anche l’asfalto Ruta Austral, primo giornosvanisce sulla Ruta Austral, e la pista di terra rimane l’unica ferita a solcare il paesaggio, l’unica, o quasi, traccia umana visibile.   Il primo passaggio mi lascia nel mezzo del nulla, sebbene a non piu’ di mezz’ora in auto dalla costa, in compagnia di Jorge, artigiano intagliatore, e dei suoi quattro arnesi per lavorare il legno.   Lui inizia a camminare, va a visitare la madre nella casa di campagna dove la vecchia vive producendo formaggio artigianale.  Sono otto i chilometri, ma ancor meno i veicoli che incrociamo, ciascuno preannunciato dalla nube di polverLa Juntae che semina per il cammino.  La ciarla deve essere stata quasi ipnotica, tanto che non mi sono quasi accorto di aver percorso questi otto chilometri, con chitarra e zaino che sfiora i venticinque chili.   Nessuno per il percorso sembra volermi prendere a bordo, ed e’ lui ad esserne innervosito maggiormente, lui che da anni aspetta al bordo della strada un passaggio per poter visitare la madre: – La gente e’ cattiva, questo viaggiava quasi scarico!

Con un tempismo beffardo, appena ci congediamo un fuoristrada rallenta, mi osserva, poi si ferma, negando al mio compagno appena entrato in casa la soddisfazione di vederlo.

Cosi’ ora mi ritrovo a La Junta, seduto da ore sulla sponda di un fiume, con la pancia piena e una tenda e un caldo sacco a pelo pronti ad accogliermi, avvolta da un  cielo stellato mai visto cosi’, con la luna ridotta ad una falce quasi impercettibile e una cometa luminosissima negli occhi.

Qualcosa pero’ non funziona a dovere, ho una pulce che mi disturba, un pensiero, o meglio una sensazione, quasi molesto.  Non puo’ essere stato quell’uomo ubriaco pestato perche’ disturbava durante la festa del paese ancora (a mezzanotte) in procinto di iniziare.  No, non puo’ essere stato quello, a mille ne ho visti qui, a altrove… e tutt’ora non sono sicuro di che cosa possa avere notato e mi ritrovo a formulare ipotesi, se le strade solitarie, se i loro occhi con il loro velo di tristezza, anche nello sfondo di una festa inebriata di quella musica di paese che e’ uguale in tutto il mondo e mai riesce a risultare triste… 

Se la malinconia delle stelle e del fiume, e di un attimo di solitudine per il cammino, accompagnato solo dai latrati dei cani che si rimbalzano, instancabili, anche a questa ora, per le valli e per i monti.