Una settimana per il parco Nahuel Huapi

•16 Gennaio 2007 • 1 Commento

Molti sono i modi di approcciarsi alla montagna.  Fino ad ora avevo sperimentato escursioni di pochi giorni e molte orer di cammino, con il fiato a volte rotto dal ritmo dell’avanzata e da uno zaino pesante di maglioni, cibo e acqua in abbondanza. Escursioni di due giorni che terminavano con piedi rotti e buone quote conquistate, escursioni di levatacce all’albeggiare e di chilometri, e chilometri, percorsi rapidamente su buoni sentieri.  Questa settimana sulle Ande del Nord della Patagonia Argentina si e’ rivelata completamente diversa, con maglioni e acqua rimpiazzati da tende, sacchi a pelo e un pacco di Laguna Toncekyerba mate, con la unica bottiglia di plastica, mezzo accartocciata e appesa ad un tasca dello zaino, riempita con nuova acqua ad ogni corso d’acqua che tagliava il nostro cammino.  Quando la giornata inizia verso le undici ed e’ interrotta da pause che durano ore, e’ naturale giungere al nuovo accampamento alle otto di sera, a volte con poco piu’ di quattro ore di cammino alle spalle.  Ruscelli, laghi, pantani, lagune sono disseminati ovunque per le valli e le creste: l’acqua e’ una presenza ingombrante in questo scorcio di Cordigliera.  La mano dell’uomo si vede molto men, niente protezioni su ponTra il rifugio Frey e la valle del Rucacoti ipersicuri per attraversare ruscelletti ma i piedi nudi e gli scarponi umidi in mano, o nel migliore dei casi un tronco o due, su cui fare equilibrismo, permetton di oltrepassare ruscelli e pantani.  Si cammina su nevai, e si discende liberamente su ghiaioni instabili, seguendo una direzione piu’ che un sentiero, con molta calma e pochi punti di riferimento.  Ho vissuto una settimana per le montagne e quasi non la sento nelle gambe; solo a volte fa freddo la notte e tira un vento gelido, o si deve aspettare una lancia per giorni, indugiando tranquillamente in un fondovalle.

Bariloche, Patagonia

•4 Gennaio 2007 • 2 Commenti

Seduto ai piedi del davanzale della finestra della mia stanza, cento metro sopra il lago Nahuel Huapi, mi trovo di fronte ad uno dei panorama piu’ incredibili.

La stanza ha due amplissime finestre e nessuna tenda a schermarle dalla bellezza che la circonda. Nahuel Huapi significa “Isla del Tigri” in antica lingua Mapuche.

Nonostante il giorno sia terso e il lago battuto da un vento constante, riesco solo a vedere l’estremo destro, quello del lato della steppa, ad oriente.

La geometria della sponda ad Ovest e’ talmente complessa, con isole, penisole e il cerro, che e’ difficile indovinare dove questo gigantesco specchio d´acqua, di un blu quasi abbagliante, si sviluppi maggiormente.

Le montagne sono il mio obiettivo: per attraversare questa porzione di Cordigliera di ampie vallate e cime accessibili sembra che due buone gambe, una buona tenda e qualche pesos per salire su una lancia accorciare la traversata dei laghi che disseminano il camino siano sufficienti.  E una guida – forse l’ho trovata – quattro anni piu’ giovane di me, patagone con un nome che puo’ essere tedesco (Mercedes) e un cognome italianissimo (ma gia’ dimenticato). Mi ha detto di essere stata concepita a Trieste e mi ha chiesto di descrivergliela.

Dall’altro lato delle Ande, sulla costa del Pacifico, c’e’ Puerto Montt, l’ultima citta’ prima delle vaste distese patagoniche che si protraggono fino allo Stretto di Magellano prima e a Capo Horn, piu’ a Sud.

Da li’ parti’ Sepúlveda per il viaggio durante il quale scrisse “Patagonia Express” – ricordo bene come apre il libro, con una immagine di lui, seduto ad attendere la partenza del traghetto per Puerto Natales.  Probabilmente anche per merito di quel libro, ora servono trecento dollari e solamente quattro giorni per scendere tanto a Sud. La Carretera Australe, con i suoi milleduecento chilometri lungo i quali meno di centomila cileni vivono, vuole essere la mia ruta.

Finalmente, dopo piu’ di un mese di visite, lunghi viaggi in comodi autobus di linea e di un ancor’ora vergine apprendistato di mochilero, il viaggio iniza.

Il mercato del porto

•29 Dicembre 2006 • 2 Commenti

A Natale fa caldo da questa parte del mondo, ma i vari Santa Claus devono camminare grondanti di sudore, avvolti in giacconi rossi con pelo sul collo e con un pesantissimo berretto basso sulla fronte a nascondere i lineamenti agli occhi dei bambini, ed e’ uno sconosciuto abete ad essere agghindato a festa.  Pochi sono i negozi che espongono manichini di Babbo Natale con cravatta e costume da bagno, ma e’ semplicemente ironia.  Con trenta gradi alle dieci della mattina sarebbe piu’ giusto e naturale avere una palma di Natale e un Santa Claus surfista, ma certi riti consumistici del Natale qua sono stati importati.  Fortunatamente nel naturale disordine delle cose che si fa sentire quasi imagen-094.jpgimmancabilmente in questi luoghi qualcosa sempre succede.

Il mercato del porto delimita il centro storico di Montevideo, la ciudad vieja.  Prima degli anni della dittatura questo lembo di citta’ doveva avere un fascino completamente diverso, poi, negli anni ottanta grandi edifici furono costruiti. Seminati qua e la´senza alcuna pianificazione nel mezzo del centro storico, alcuni giungono persino ad abbracciare o ad inglobare le precedenti costruzioni in stile coloniale.  Montevideo appare deserta in tarda mattinata, le vie normalmente saturate da auto e pedoni possono essere comodamente conquistate a piedi.  Ogni piccolo negozio e’ pero’ aperto, segno che qualcosa sta per accadere. 

Passando per la piazza principale della ciudad vieja, Chubo mi indica la cinta di metallo che, in una sequenza di linee curve, racchiude un piccolo parco al suo interno. – Quando quasi due secoli fa l’Uruguay ottenne l’indipendenza contratto’ un famoso artista spagnolo perche’ venisse e la disegnasse. Arrivato a Montevideo si vide offerta la meta´del denaro inizialmente promessa ma decise di portare a termine comunque il lavoro commissionato: guardala meglio ora – una recinzione di infiniti, regolari simboli fallici, la singolare e sarcastica, indelebile vendetta dello spagnolo truffato.

Quando la strada incomincia a scendere verso il mare improvvisamente si popola e si moltiplicano le bancarelle che vendono bottiglie di sidro o di medio y medio (una specie di moscato). E’ il preambolo della f0llia che avvolge il mercato del porto alla vigilia di Natale e l’ultimo giorno dell’anno.  Migliaia di persone sono pigiate, mangiano e bevono gia’ da mezzogiorno, e si innaffiano con il sidro comprato.  Sconosciuti si vuotano intere bottiglie addosso: c’e’ uno sfondo sessuale nel gioco, uomini e donne si bagnano a vicenda e si inebriano di alcool, prima di una siesta ristoratrice e della cena in famiglia.  Gruppi di neri fanno risuonare i ritmi del canbombe (una danza afroamericana che pone le sue radici nella cultura degli schiavi neri venduti agli encomenderos delle colonie portoghesi in Brasile), mentre la samba si fa largo, sempre piu’ intensa, in una delle strade a monte, discendendo verso il porto.  Li’ la moltitudine perde la testa e si scioglie in un massa di corpi bagnati che sanno di sudore, tabacco e sidro, e che ballano freneticamente per ore, sotto il sole cocente di mezzogiorno, fino allo sfinimento.  E’ una folla energica e coinvolgente e non e’ possibile semplicemente osservare lo spettacolo da fuori.  Cosi’ ne facciamo parte, fino a quando il corpo non lo permette piu’ e tutti si trascinano verso casa, svuotati di energie e ripuliti di ogni pensiero, a dimenticarsi di essere nati dove il sole splende implacabile in dicembre.

Avventura a Capo Polonio

•24 Dicembre 2006 • 1 Commento

Dodici fari costellano le coste dell’Uruguay, da Ovest ad est, da Colonia del Sacramento fino a Chuy, alla frontiera con il Brasile; alti tra i trenta ed i quaranta metri ciascuno, sono custoditi con religiosa attenzione e non dimostrano di avere piu’ di cento primavere, con la loro vernice sempre fresca dell’inverno precedente. I tre custodi fanno turni di due settimane a Cabo Polonio – Non c’e’ molto da fare in inverno, solo da dipingere un poco – racconta Pablo, mentre ci affacciamo dal balcone in cima al faro. Questa e’ gente di campagna, non dice una sola parola di troppo ma e’ sorridente e disponibile, forse anche perche’ vivono di turismo.  Al principio Cabo Polonio era un piccolo villaggio di case di pescatori, ora trecento casupole a un solo piano lo punteggiano, ma solo di giorno.  Con il tramonto spariscono, inghiottite dall’oscurita’, illuminate appena dalla luce del faro quaranta metri piu’ in alto; ogni casa ha un proprio pozzo e non c’e’ elettricita’, neppure una vera e propria strada a collegarlo con il resto del paese. Ci si arriva solamente in fuoristrada, a cavallo o a piedi, costeggiando per una dozzina di chilometri un litorale di spiagge larghe, bianche e deserte.  Cosi’ i turisti che vi passano il fine settimana, o scorci di estate, sono selezionati naturalmente, e vivono in simbiosi con il luogo.  L’elemento piu’ sorprendente di questo paesaggio paradisiaco sono pero’ le dune di sabbia che lo proteggono alle spalle, alte fino a cinquanta metri: erano molto piu’ poderose fino a quando il governo uruguagio varo’, negli anni ‘80, un piano per lo sfruttamento del legname, piantando foreste alle loro spalle.  Ora i venti, incagliati nei rami dei nuovi alberi, non disegnano piu’ le stesse geometrie e le dune hanno smesso di crescere e hanno iniziato ad invecchiare.Al giungere della sera decidiamo di ritornare a piedi, attraversandole, e di riempirci lo stomaco con i soldi risparmiati con il mancato passaggio in dscf0284.JPGfurgonetta.  - Solamente dovete passare tra il cerro (collina) al lato del mare e il monte, piu’ all’interno – ci istruisce un locale.  Come in un deserto, ma rumoroso perche’ a fianco del mare, i nostri passi non producono il minimo rumore, e i piedi affondano inermi nella sabbia.  Il sole e’ gia’ sceso quando abbandoniamo il capo e la luce residua del tramonto ci accompagna solamente per mezz’ora, in un gioco di colori mai visti fino ad oggi, tra le dune e il cielo policromo, tra il profilo dei solchi scavati dal vento nella sabbia e quello di poche nuvole ad Ovest.   Con il calare dell’oscurita’ si perde la percezione della distanza e dei dislivelli del cammino, e risulta difficile proseguire in linea retta.  La notte e le costellazioni dell’emisfero australe ci sorprendono ancora ad un terzo del cammino, ma buon umore e cielo stellato non ci permettono di essere presi da alcun timore.   Seguiamo prima una traccia di un fuoristrada per un’ora ma ci accorgiamo che si allontana molto dal nostro obiettivo, cosi’ tagliamoTramonto tra le dune per un’altra duna, poi per una steppa di arbusti e fiori quasi secchi, fino a scontrarci con una laguna.   Nonostante sia una notte di luna nuova il riverbero della poca luce sull’acqua rende i contorni gia’ piu’ distinti: costeggiamo la riva della laguna fino al mare, imbattendoci qua e la’ nella fauna notturna di insetti, granchi ed uccelli, che si moltiplicano e cominciano una nuova giornata.

I due volti di Cambara do Sud

•19 Dicembre 2006 • 1 Commento

A Cambara do Sud la colonnina di mercurio sfiora i quaranta e non c’e’ nessuno per le strade: il terminale degli omnibus e’ chiuso e sembra che il primo passaggio a sud sia per l’indomani al pomeriggio.Voci, frasi, idee, qui hanno contorni sfumati tra realta’ e assurdo. Lo stesso autobus puo’ partire alla mattina, al pomeriggio o mai a seconda dell’interlocutore, nonostante non ce ne siano mille per confondersi: solo due linee toccano questo lembo di Brasile.   Crollo in un sonno di due ore, in una stanza del semideserto hotel Sao Joao, e mi risveglio in una coltre di nebbia che e’ scesa sul paese, mitigando la temperatura e creando un’atmosfera di frontiera, surreale, per le strade deserte.   

“E’ il cielo che ti manda, italiani tutti buona genti!”, Irene e’ una donna sulla sessantina, insegnante elementare al pomeriggio cura l’albergo la mattina. Mi serve una bistecca di un chilo mentre le racconto di essere italiano.  In breve, quando per ringraziare della cena suono la chitarra, una piccola folla entra dalla strada nel modesto salone della pensione, mentre lei mi riprende con il telefonino e mi chiede di cantarle “la polenta”.Il mio sguardo, perso, le da una delusione.  Irene ha origini italiane e non sa di dove ma in fin dei conti io non so la canzone de “la polenta”.La serata passa lentamente nonostante ci sia un matrimonio nella chiesa di fronte, che fa si’ che l’albero di natale nella piazza venga illuminato. Silenzio e lentezza regnano incontrastati dopo una giornata afosa. Lei mi vede scrivere e mi chiede di farlo per lei; quando si trova di fronte ad una dedica in italiano, che mai capira’,  le si bagnano gli occhi di lacrime e bacia ripetutamente la pagina con la mia calligrafia. 

Alla mattina mi risveglio nel medesimo silenzio – ci sara’ davvero un autobus – mi viene da chiedermi, mentre, in una partita tesa per il titolo mondiale di club giocano Barcelona e Internacional do Porto Alegre (la squadra di Porto Alegre, duecento chilometri a sud di qui), i brasiliani segnano allo scadere e vincono. All’improvviso un tuono / una miriade di petardi / tre vecchi corrono a torso nudo con una maglietta in mano / in lontananza il suono di un clacson / una macchina, due, tre, festeggiando / un fuoristrada / il vecchio, senza denti, alla guida che saluta dal finestrino / palloncini rossi che cadono dalle case. Ogni veicolo che funzioni si unisce alla parata: sono in breve un centinaio di auto, fuoristrada, camion carichi di frutta, persino autobus turistici, bardati in rosso, stipati all’inverosimile di gente, in una processione che ha sembianze paradossali, un piccolo rumoroso teatro dell’assurdo con infiniti attori ma nessun pubblico, fatta eccezione per un tano che ride incredulo a voce alta.  Donne, uomini, vecchi, persino gli sposi del giorno prima sono in piedi sui cassoni dei furgoncini. I bambini corrono, pedalano, gridano per le strade. I cani, disorientati e spaventati, abbaiano con la folla e alla folla. Chiunque fa rumore come puo’.  Mi incammino per alcuni minuti per la strada, ridendo, poi giro ad una svolta.  C’e’ un vecchio solo, che zoppica lentamente verso la fiesta. Non ha ancora fatto a tempo a raggiungere gli altri ma gia’ festeggia, esaurendosi i polmoni in un’armonica a bocca, nel mezzo del nulla.

Verso la sierra brasiliana

•19 Dicembre 2006 • Lascia un Commento

Il primo autobus per Praya Grande, nell’entroterra brasiliano al confine tra gli stati di Santa Catarina e Rio Grande Do Sud, lascia la costa nel pomeriggio. E’ un viaggio di piu’ di una ora per una traccia tortuosa tra risaie e case di gente che vive con pochi animali e molto tempo per oziare: quasi ad ogni uscio qualcuno serenamente, pigramente, aspetta il nostro passaggio. Con naturalezza nell’autobus mi guardano curiosi, poi chiedono da che parte del Brasile la mia pelle color crostaceo, dopo solo due ore di sole, possa venire. Fermiamo nel mezzo del nulla, dietro una curva ci sono un ponte sul fiume e, dopo, il paese – Una volta un autobus e’ caduto e ora non lo fanno piu’ passare. Non tardo molto a rendermi conto che non c’e’ altra maniera di lasciare il villaggio nei prossimi tre giorni, se non quella di pedir carona (autostop) verso il parco nazionale, tra crepacci profondi ottocento metri, nati dall’incontro tra la sierra brasiliana e la pianura costiera. Il camion rapidamente guadagna quota e una vista su tutto il litorale: quando la prima sosta giunge, dopo nCanyon Itaimbezinhoeanche venti minuti, ho una chitarra e una vista mozzafiato, a farmi compagnia. Seduto sul cassone destinato al legname suono un poco mentre i due brasiliani, enormi, contrattano il prezzo di un casco di banane di dimensioni comparabili solo alle loro. La musica e’ un virus contagioso da queste parti e in breve mi fanno cenno di scendere e mi ritrovo di fronte ad una cachaca, alle nove della mattina. Accetto e ricambio: da li’ in poi fermiamo ogni dieci minuti per un commento sulla vista, sul nome dei canyon, sulla vegetazione: “La vedi?” mi dice uno di loro, indicando una pianta con quattro foglie di piu’ di un metro e mezzo di diametro ciascuna. “Che cos’e?”. “Ortica”.

In una terra di nessuno

•18 Dicembre 2006 • 1 Commento

L’autobus non si ferma alla barriera brasiliana, riattraversando la frontiera verso Puerto Iguazu, Argentina.  Lylou non ritorna in Brasile domani, e ha bisogno di un timbro di uscita.  Due chilometri, e un ponte sul rio Iguazu, dividono i due paesi: una terra di nessuno, non piu’ Brasile, non ancora Argentina.

Fa caldo, caldissimo, il calore sale dall’asfalto e aliti asfissianti di aria tiepida vengono dal passaCataratas de Iguazuggio di camion e macchine.  Mi levo la maglietta, la bagno e me la pongo sulla testa.  Brucia la pelle, arrossata negli ultimi giorni.  Lei mi chiede “Ti disturba?” e prima ancora che io possa rispondere rimane in reggiseno, camminando al lato della superstrada.  E’ un fuscello, poco piu’ di un metro e cinquanta, ha vent’anni ma vive sola da quando ne aveva tredici; svizzera,non ha una meta precisa, solo cerca un luogo dove poter cavalcare per una settimana.

Dal ponte la vista e’ di quelle che mozzano il fiato, il fiume si e’ scavato una gola profonda e ripida, ma la vegetazione e’ lussureggiante e non uno squarcio e’ libero da fronde, per chilometri.  Dei bambini giocano al lato della strada: devono avere otto, dieci anni. Sono completamente nudi, in questa terra di nessuno.Cataratas de Iguazu

Alla frontiera brasiliana si ricordano ancora di noi dalla mattina precedente, e ci chiedono della nostra giornata e informazioni sulle cascate, e’ incredibile come possano vivere a venti chilometri da una tale meraviglia senza mai averla vista.  Non parliamo portoghese, loro tanto meno spagnolo, ma ci capiamo perfettamente.

Puerto Iguazu, tardo pomeriggio

•7 Dicembre 2006 • 5 Commenti

Nell’ostello semideserto tre pareti di legno e un tetto di lamiera blu fanno compagnia all’immancabile bandiera argentina.  C’e’ penombra.  All’improvviso un temporale tropicale ha preso il sopravvento: la pioggia e’ cosi’ fitta che, appoggiato allo stipite della porta d’ingresso, il patio e la strada appaiono come attraverso un vetro bagnato. Una nube d’acqua vaporizzata dall’impatto sonoro con il terreno mi investe e devo rientrare, il pavimento e’ gia’ quasi completamente invaso dall’acqua.  Hanno acceso le luci, verdi – non ci si puo’ sbagliare, il gusto cromatico di questa gente e’ inconfondibile.  Intanto il temporale infuria e fiumi di acqua rossa prendono possesso dei margini della strada.  

Qui la terra rossa arriva dappertutto, in un giorno di sole ti si appiccica alla pelle sudata, e ai capelli; quando piove colora le strade, gli pneumatici dei camion, le suole. Appena rimessi i sandali dopo una doccia, gia’ i piedi sono un’altra volta color mattone.  

La pioggia si e’ portata via il calore opprimente e umido che la preannunciava da piu’ di una settimana, mi dice …

Solo ieri, trecento chilometri piu’ a sud, il sole cocente di mezzogiorno penetrava nelle ossa e nei pS. Ignacio Mini, rovineensieri.  Quattro chilometri dividono S.Ignacio Mini dalla Playa del Sol, sulle sponde del rio Parana, poco meno di una ora di cammino sulla terra rossa, un sentiero prima piano e rettilineo, che poi dolcemente scende nella valle del fiume con curve ampie e regolari.  Neanche un’anima.   E’ mezzogiorno e decido di tornare, bagno una maglietta e un asciugamano nelle acque del fiume e mi copro testa e spalle.  Anche le cicale, prima assordanti, scemano in intensita’.  E’ dicembre e a pochi chilometri a Sud del Tropico del Capricorno il sole schiocca i suoi raggi perpendicolari.  Quando il tuo copricapo e i rivoli rossi che scendono sul margine della strada si asciugano in pochi minuti anche i pensieri si fanno meno lucidi.  Calpesto la mia stessa ombra, i piedi appoggiano al di la’ del cono proiettato dal mio corpo.  Mi scopro a maledire le palme, non a caso gli alberi piu’ diritti sul pianeta, perfezione dell’evolS. Ignacio Mini, rovineuzione, che con quei pochi rami riescono a proiettare la propria ombra su se stesse, e ad evitare di bruciarsi quando il sole incombe sulla verticale.  Anche l’umidita’ del mattino molla la presa, tutto e’ secco, mentre alcune nuvole si vanno preparando, con l’acqua strappata dal calore al suolo.  Nessuno per le strade, anche quei cani che abbaiavano al mio passaggio precedente ora tacciono e si avvolgono intorno alla base di un tronco.  Un’altra baracca, nel mezzo della selva, diffonde musica al suo intorno, distogliendo i miei pensieri dalla calura.   Davanti alla costruzione un cartello:
Playa del Sol, 3 Km – Coca Cola.  Alle sue spalle una piccola casa, dominata  da una esile e diritta canna di bambu’, di venti o trenta metri di altezza. In cima un oggetto estraneo, o forse no, piu’ in alto della vegetazione circostante. Un’antenna televisiva.

Bagno un’altra volta il mio copricapo e continuo, manca oramai solo un chilometro.

La Boca IV

•3 Dicembre 2006 • 3 Commenti

Mi hanno invitato a cena.

- A che ora?

- Chiudiamo il ristorante alle 9: vieni prima, quando vuoi. Poi facciamo la spesa e cuciniamo.

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8:20, scendo dall’autobus. Mancano solo due isolati, ma c’e’ silenzio, i turisti gia’ se ne sono andati da un pezzo. Giro l’angolo e vedo un sacco di pattuglie della polizia, cinque uomini fermati si vedono sequestrati un sacco di oggetti, rubati. 

Mi guardo attorno. E’ tutto chiuso. Silenzio.

Non e’ il mio posto, qui e ora.

Compro una limonata, un peso e mezzo – Buona serata – mi dice la bambina che me la porge.

Passa un’auto, lo stereo a tutto volume. Ideogrammi cinesi sulle portiere, due uomini dai lineamenti orientali all’interno. A tutto volume, dicevo. Tango.

Cosi’ risalgo sull’autobus.

La Boca III – dietro allo specchio?

•3 Dicembre 2006 • 1 Commento

Heidi mi si para davanti a non piu’ di una spanna e, prendendomi per mano, dice - Dai, suonaci una canzone!

- …

- Allora balliamo, sai ballare tango? 

- Eh, come no?! Ancora meglio con questa chitarra a tracolla!

Il sarcasmo non funziona, gia’ sono in mezzo alla strada a rantolare passi,  nessuna idea di come muovermi. Non é fastidioso ne’ imbarazzante, surreale piuttosto.   Mi divincolo, lei mi abbraccia ancora.

- E’ il mio ragazzo -  alla donna in bianco, dalla pelle come caffe’,  seduta al tavolo, probabilmente la padrona del ristorante.

Poi verso di me, sorridendo con un pizzico di imbarazzo - No, scherzo. 

Non c’e’ tempo per reagire, dentro al ristorante, su per le scale fino al soppalco, lei mostra orgogliosa le pareti di lamiera colorata e, a tratti, legno o muratura - Quando sono arrivata qui, 3 anni fa, questo posto cadeva a pezzi, lo abbiamo tirato in piedi da capo.  Questo e il conventillo qui dietro, vedi come e’ bello ora? (Un conventillo e’ uno spazio aperto comune, dove le diverse famiglie che vivevano accanto scambiavano ciarle, litigi, cenavano assieme, una specie di corte). 

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Pablo mi chiede un accendino. Rispondo di no ma gia’ so che e’ una scusa, solo aspetto la stessa frase. 

- Suonami qualcosa, dai, non ce la faccio piu’ ad ascoltare tango. 

In due si fermano, poi un terzo, un quarto… Finita la canzone inizia l’ennesima festa di domande.

- Di dove sei, che cosa fai?

- Italiano, colleziono racconti.

Ormai basta restare seduti e guardarsi attorno, ciascuno arriva e racconta un aneddoto. Piovono scampoli di storia del barrio, la leggenda di due squadre di calcio dello stesso quartiere: non c’era spazio e una doveva andarsene.  Giocarono una partita, una sola. Chi perdeva rimaneva, chi vinceva se ne andava, secondo una logica irrazionale per loro normale. Quelli che vinsero avevano una bandiera e dei propri colori, la squadra che perse neanche aveva quelli.  Decisero di rubarli alla prima barca che attraccasse nel porto, quella che prima arrivo’ era svedese.  Cosi’ pare nacquero il Boca Juniors e il River Plate, le due squadre piu’ seguite in Argentina, e le bandiere e le maglie che ho visto da poco allo stadio sono in realta’ bandiere e maglie svedesi.

- La Boca si chiama cosi perche’ e’ stata strappata al mare, all’estuario del fiume. Se cammini verso il centro noterai che la strada sale.

Storie di gelosie e di tradimenti, un signore sulla cinquantina mi chiede di aiutarlo con una serenata per la moglie che lo ha scoperto con la proprietaria del bar di fronte al suo negozio.

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- Una volta c’era un tizio che impazziva per me, letteralmente impazziva. Tutte le volte passava in macchina e mi gridava dal finestrino “Heidi, Heidillove, te quiero!” Fe… Federico si chiamava. Io gli volevo bene, tutto qui. Poi un giorno si ammalo’ e non lo si vide piu’ in giro. Una volta ero a casa di un amico, lui lo chiamo’. Volevo sentire come stava, cosi’ risposi io. Non gli dissi chi ero, lui non riusciva a indovinare e si stava arrabbiando. Cosi’ gli dissi: “Fe, sono Heidillove”. E lui pianse dall’altra parte del telefono. Ora e’ morto, aveva l’HIV.

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- Siediti, siediti. E prendi questa bottiglia vuota, vai al negozio all’angolo e compratene una. Non vorrai mica pagare il prezzo da ristorante per questa birra! Cosi’ poi me ne offri un bicchiere – Ruben (suo il ristorante).

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Un uomo. Biondo, occhiali da sole, carnagione chiara, camicia e stivali ondeggia impercettibilmente, rigidamente, mentre il tango dilaga.

- Guardalo, balla – dico a Heidi.

- Sputa fuori quello che non ha mai potuto fino ad ora. Dovremmo imparare dai bambini, ti fissano e mai distolgono lo sguardo, non hanno pudore. Perche’ mai dovremmo farlo dopo?

- Guarda – mi dice, indicando i clienti, le case di lamiera colorata, il bar di fronte, e una manciata di persone per strada… - Guarda. Io sono felice.

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Tre bambini, 20 anni in tre. Il piu’ grande - Di dove sei? Non hai una moneta italiana?Jorge

- Lascialo stare, e’ un amico di Heidi. No es para pedir – lo zittisce la donna con la pelle come il caffe´.

- Como te llamas? Yo me llamo Manuel – continua lui.

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Dentro al conventillo le case sono semplici, di lamiera con una scala che permette di entrare direttamente al primo piano. Le stanze hanno un letto, una un divano. C’e’ uno stereo da qualche parte, c’e’ della musica. Il pavimento e` di legno, pulitissimo. Ci sediamo e Ruben tira fuori un’altra chitarra, non so da dove

- Ascolta questa. Sasha, Sisi y el Circulo De Baba, Fito Paez. Ora suonaci una canzone italiana, dai!

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Devo andare, chiedo come arrivare in centro.

- Prendi l’autobus, e’ qui dietro, ti accompagno – dice Heidi.  Mi guardo in tasca, non ho monete per gli 80 centesimi per il biglietto, ho solo una banconota da 100.

- Compra un’aranciata al negozio, se compri qualcosa te lo cambiano.

Il vecchio del negozio mi guarda, controlla in una busta, poi restituisce la banconota da 100, non ha abbastanza resto da darmi. Sono le 9 di sera. Heidi si guarda in tasca, ha una banconota da 5 pesos.

- Oggi offro io. E prendi, con questi puoi pagare l’autobus.